Sei un creativo, un lavoratore della conoscenza? Rassegnati a fare il precario, e con il peggiore dei contratti: il co.co.pro. Fai il barista o il parrucchiere? Stai sicuro che la tua attività è considerata rapporto di lavoro dipendente e quindi godrai di un contratto più dignitoso e delle tutele che lo Stato ha approntato per i “non atipici”.

Sembra questa la logica di un provvedimento emanato lo scorso dicembre dal Ministero del Lavoro, la circolare 29/2012, che elenca i ruoli e le figure professionalper cui il dicastero vieta l’attivazione di contratti a progetto. Una black list, insomma, che indica, seppure «a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo, sulla base di orientamenti giurisprudenziali già esistenti», le attività lavorative che non possono essere considerate rapporti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto in base alle nuove misure introdotte dalla riforma Fornero riguardo all’applicazione del co.co.pro.

Le ultime restrizioni, lo ricordiamo, impongono che il «progetto» sia «specifico», descritto dettagliamente, «collegato a un determinato risultato finale», non coincida con l’oggetto sociale del committente, non comporti lo svolgimento di compiti esecutivi o ripetitivi e permetta al lavoratore(anzi, al collaboratore) di lavorare con un certo margine di autonomia operativa.

Ma vediamo quali sono le figure le cui attività sono sempre da ritenere, secondo il Ministero, rapporti di lavoro subordinato e per le quali è proibita la stipula di co.co.pro.

• addetti alla distribuzione di bollette o alla consegna di giornali, riviste ed elenchi telefonici
• addetti alle agenzie ippiche
• addetti alle pulizie
• autisti e autotrasportatori
• baristi e camerieri
• commessi e addetti alle vendite
• custodi e portieri
• estetiste e parrucchieri
• facchini
• istruttori di autoscuola
• letturisti di contatori
• magazzinieri
• manutentori
• muratori e le altre qualifiche operaie dell’edilizia
• piloti e gli assistenti di volo
• prestatori di manodopera nel settore agricolo
• addetti alle attività di segreteria ed i terminalisti
• addetti alla somministrazione di cibi o bevande
• prestazioni rese nell’ambito di call center per servizi cosiddetti in bound.

Commessi, estetiste, muratori, autotrasportatori. Tutte mansioni non riconducibili al lavoro intellettuale. Come se non ci fossero “knowledge worker” e creativi(categoria in cui possono rientrare centinaia di figure, dall’art director di un’agenzia pubblicitaria al redattore di una casa editrice) soggetti a imposizioni tipiche dei lavoratori dipendenti o costretti a mansioni ripetitive.

Anche se involontariamente (si spera), stilare un elenco del genere senza inserire neanche un’attività “di concetto” equivale a dire che un creativo, “uno che ha studiato”, è sempre un po’ autonomo nel suo dna lavorativo. Quindi, un contrattino come lavoratore non dipendente glielo si può sempre far sottoscrivere.

Una black list così stilata mantiene in vita l’ipocrisia per cui un co.co.pro. abbia le carte in regola per essere un reale contratto di collaborazione. Quanti sono quelli che hanno una vera indipendenza in fatto di orari e luoghi in cui svolgere il lavoro, anzi il “progetto”? Quanti sono i lavori dipendenti mascherati da collaborazioni solo perché costano meno all’azienda? In moltissimi casi, l’autonomia non c’è ma il contratto autonomo sì.

Eppure, se gli ispettori del lavoro trovano un contratto a progetto applicato a uno dei soggetti della black list, sanzionano il committente e tramutano seduta stante il co.co.pro. in un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Se il controllo invece è fatto, per esempio, in un’agenzia di comunicazione, i contratti di un grafico o di un organizzatore di eventi difficilmente si trasformeranno in qualcosa di permanente: il modo per dimostrare la specificità dei loro “progetti” si troverà sempre, o quasi, e i due lavoratori resteranno comunque dei collaboratori, anche se sono di fatto obbligati ad entrare in ufficio alle 8,30. E addio ad Aspi e miniAspi in caso di disoccupazione.

Certo, una circolare non è una bacchetta magica. Chi vorrà aggirare le norme e applicare contratti del genere anche a queste figure forse proverà comunque a farlo. E in taluni casi gli andrà anche bene, purtroppo. Ma rendere pubblica una black list di questo tipo è un gesto simbolico. Significa: io Stato voglio farti evitare di firmare un contratto di lavoro che per sua natura non dà certezze e fa sentire instabili. Ma perché per alcuni vale l’esonero completo e per altri solo l’impegno a rendere più stringenti i termini di applicazione?

Il messaggio che può passare, in modo surrettizio e probabilmente non voluto, è che anche tra i precari ci siano i figli di un dio minore. È come se per alcuni ruoli lavorativi la precarietà debba restare appiccicata come una seconda pelle. Anche a livello formale, nelle formulazioni dei provvedimenti e delle circolari: io sono il co.co.pro., non avrai altro contratto al di fuori di me.

twitter@maudilucchio • di Maurizio Di Lucchio

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